Oltre i confini

… perché la solidarietà diventi concretezza

Tra fantasia e realtà – 1992

I “menores de rua”

 

Le città brasiliane sono tutte un pullulare di ragazzini che si ingegnano in mille modi diversi, legali od illegali, per risolvere il problema della fame giornaliera. Vi sarebbero molti episodi degni di essere ricordati e scritti. Dalla folta e ricca margherita strappiamo solo qualche petalo più vistoso.

Itapoa: una delle spiagge più belle del Brasile appena alle porte dalla città di Salvador nella Bahia. Sono le ultime giornate del nostro viaggio. Ci concediamo un poco di riposo dopo la sfacchinata del lungo trasbordo in Guatemala. La giornata è bella, il sole cocente, anche se si è nel pieno dell’inverno brasiliano. Passiamo la mattinata a passeggiare sulla lunghissima, bianca spiaggia, a prendere sole, a lottare contro le imponenti onde dell’oceano. Verso mezzogiorno ordiniamo ad una delle numerose baracche-ristorante il pranzo: un bel pesce “brasado” con l’immancabile riso e la farina di manioca come contorno. Consumiamo il nostro pasto, accompagnato dalla “cerveja gelada” e per me, cui non piace la birra, da una coca-cola. Poi lasciano i nostri avanzi sul tavolo e chiacchieriamo all’ombra delle palme.

Si avvicinano due ragazzini, venditori di noccioline americane. Guardano con occhi cupidi i nostri piatti. “Pode comer… Posso mangiare i vostri avanzi…” domanda, con fare un pochino impacciato, uno dei ragazzini. Insisto per offrire loro un bel pesce “brasado”. No, vogliono solo poter consumare quello che noi abbiamo lasciato nei piatti. Prendono i vassoi e mangiano di gusto riso, manioca e qualche brandello di pesce rimasto lungo la lisca. Offriamo loro la coca-cola. Passa un ragazzino, loro amico, e lo chiamano ad unirsi al tavolo e condividono con lui quanto resta.

Noi siamo ammutoliti e sconcertati. Ci guardiamo senza il coraggio di un commento, di una parola. Tiro fuori l’inseparabile macchina fotografica e scatto alcune diapositive. Voglio conservare l’immagine dei tre ragazzi che allegramente si sfamano con i nostri avanzi. Forese il rivederli, anche solo in fotografia, potrà servire a mettermi un pochino in crisi, a farmi capire di essere un privilegiato e a continuare a sentire tutti i rimorsi e le colpevolezze di un occidentale dalla pancia sempre piena e dal cuore spesso duro e dalla mani troppo chiuse.

Mi è impossibile non ricordare i cinque ragazzini del carcere minorile di Tereseina, nel Piau, rinchiusi in una cella di pochi metri quadrati, dove, altre al nudo pavimento, l’unica suppellettile esistente è un bidoncino per i bisogni personali. Non un letto, un tavolo, una sedia, Il ragazzino più piccolo ha quattro anni. Da undici giorni vivono in questo “pollaio” dalla puzza infernale, sfamati alla meglio, dimenticati da tutti. Solo l’intervento deciso di Cristina presso il giudice li farà uscire da quel “buco” e li farà trasferire in un centro rieducativo, dove li ritroviamo al pomeriggio…

Anche l’immagine del piccolo Francisco Diego di quattro giorni, incontrato nella favela di Santa Cruz di Teresina, è viva davanti ai miei occhi. Avevo portato alcuni abitini da neonato. Cristina ed Auri ci invitano a portarli direttamente al piccolo favelado. Fatichiamo, con Cristina, a trovare quella specie di capanna in cui vive, Finalmente, grazie all’aiuto di alcuni ragazzini, la troviamo ed entriamo. La madre, 16 anni, sbattuta fuori dall’ospedale tre giorni dopo il parto, è coricata a terra. Guardo il piccolo Francisco, scuro di pelle e di capelli, e sono invaso da un profondo senso di tristezza. Come si fa a nascere e a vivere in una simile miseria? Francisco ha diritto a vivere, come ogni bambino del mondo. Decido subito con Cristina di adottarlo. Faremo in modo che possa vivere, crescere ed avere un futuro senza strapparlo dal suo ambiente, da sua madre. La giovane mamma ci ringrazia e si dice fortunata che il suo piccolo abbia vestitini italiani e la visita di amici che vengono da così lontano. Esco da quel tugurio, dove vivono dodici o tredici persone, e sono così sconvolto che dimentico persino di spegnere la telecamera, che continua a filmare la melma dei viottoli dissestati ed i piedi delle persone!

Tanti altri ricordi affiorano alla mia mente, soprattutto il volto di tante carissime amiche ed amici, impegnati per la liberazione di queste popolazioni da sempre asservite e costrette alla fame:

Padre Guzmao, un vero “irmao”, che studia giurisprudenza all’Università di Rio per diventare avvocato e mettersi a disposizione di quei poveri, che nessuno vuole difendere neppure in tribunale e che è stato per noi più di un amico per la disponibilità e l’abilità nel risolverci anche… grossi problemi;

don Claudio Sartori, torinese, teologo e scrittore, che pur navigando in un mare di difficoltà e di opposizioni, continua con serenità la sua non facile missione di insegnante e formatore di giovani preti;

I padri monregalesi di Nova Jguacu, che minacciati di morte, dopo l’uccisione di una suora e di due appartenenti della loro comunità, continuano con entusiasmo, mai scemato, il loro lavoro nella “Baxiada Fluminense”, una delle zone più rischiose e violente del Brasile;

e Sonia, Laudinice, Auri, Cristina, donne che hanno votato la loro vita alla causa dei poveri, siano essi i campesinon pernambucani o i menores del Piau;

e Dino, Gigi e gli amici tutti di Palmares, deve ormai mi sento di casa e dove c’è sempre modo di stabilire nuovi rapporti di amicizia e rinsaldare i vecchi.

Un viaggio di entusiasmi e di provocazioni, un viaggio che è stato per me e per i miei compagni di viaggio come un lungo corso di esercizi spirituali, un corso di aggiornamento e di approfondimento su realtà sociali ed ecclesiali e che ha lasciato una scia profonda nei nostri animi.

Dicembre ‘90

pagg. 193-196

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