Oltre i confini

… perché la solidarietà diventi concretezza

Strade senza uscita? – 1994

Pagine tratte dal volume…

Fabinho: sentirsi “vecchio” a dieci anni

Accompagnati da Luiza, facciano un giro nel centro di Goiania. La città è moderna, essendo stata fondata di recente, nel 1933. Non ha monumenti interessanti da visitare. Ha le caratteristiche di quasi tutte le città brasiliane: attorno ad un centro cittadino passabile, anche se caotico e disordinato, si ammassano i quartieri popolari, le favelas: veri ghetti della miseria, della fame e della violenza, dove risiede parte cospicua della popolazione, che non si riesce a capire come possa mettere insieme il pranzo con la cena.

Incontriamo, passeggiando nel centro, parecchi “menores de rua”.Luiza li conosce quasi tutti e per tutti ha un saluto, una buona parola, un invito. Su una piazzetta vediamo Fabinho, un ragazzino di 10 anni. Ha lasciato da poco tempo l’Albergue Mirim e ora sta dirigendosi verso un angolo della piazza deve un gruppetto di ragazzini sta aspirando colla. Luiza lo chiam e lui ci corre incontro. E’ piccolini, smilzo, la pelle scura. Mi pare quasi impossibile che un bambino simile possa vivere abbandonato sulla strada, costretto a pensare da solo alla sua vita. Luiza lo prende per mano e ritorniamo all’Albergue Mirim. Per strada cominciamo a chiacchierare ed è così che nasce questa piccola intervista. Il ragazzino all’inizio pare un pochino diffidente e riottoso nel rispondere. Poi, cordialmente redarguito da Luiza, si dimostra più disponibile e sincero.

Quanti anni hai e come ti chiami?

Il mio nome è Fabio Junior Ignazio da Silva e ho 10 anni.

Dove abita la tua famiglia?

Ad Anàpolis, ma io non abito con loro, perché a me non piace stare con loro.

E’ da molto tempo che sei sulla strada?

Un mese

Interviene Luiza: “Dai, Fabinho, non dire bugie. Sono quasi cinque anni che hai lasciato la famiglia. Perché non dici con schiettezza il motivo reale del tuo allontanamento da casa?”

Il motivo è semplice: mi sono abituato a vivere per strada. Mi piace. Qui trovo molte cose che in casa non potrei mai avere: colla, smalto, che noi ragazzi usiamo come droghe.

Quando tu aspiri colla, cosa vedi, cosa provi?

Oh, vedo tanti animali davanti a me. E’ una sensazione strana, favolosa. L’effetto della droga dà vertigine e poi fa sparire la fame…

E cosa fai per riprenderti, per tirar via la droga dal corpo?

Bevo latte gelato.

Perché ti piace aspirare colla, Fabinho?

Mi piace, mi attira. …

E a casa non sei più tornato? Ti picchiavano?

Sì… no, non mi picchiavano tanto. Sono io che ho voluto andarmene. A casa ho lasciato fratelli e sorelle.

Quando te ne andasti che età avevi?

Quattro o cinque anni. Me ne venni subito qui in centro della città e qui inizia subito ad spirare colla. Sono stato un po’ di tempo in casa di una signora di nome Grazia, che viveva da sola. Ma non rimasi molto. Non mi piaceva… non mi trovavo bene con lei.

Da quanto tempo abiti all’Albergue Mirim?

Sono circa tre mesi che, per interessamento di Luiza, abito qui. Sì, qui mi piace, mi trovo bene. Non aspiro più colla… Ora ho smesso.

 

Il ragazzino guarda Luiza con sguardo birbone. Non so se credere alle sue parole e alla sua dichiarata estraneità al giro della colla.

Lo guado fisso negli occhi scuri e tento una carezza. I ritrae, irrigidendosi. Forse non è mai stato abituato ad un gesto di affetto e di tenerezza. Ritraggo la mano, pentendomi del mio gesto spontaneo, che forse il ragazzo ha giudicato inopportuno ed equivoco. Lui, a dieci anni, è un uomo fatto. La strada l’ha fatto maturare molto in fretta. E’ un ragazzino che non è mai stato bambino, privato della fanciullezza, sbattuto subito dalla vita grama della strada a dover pensare a se stesso, ad arrangiarsi per sopravvivere, a lenire con la colla gli stimoli forti della fame.

Mentre sono assorto in questi pensieri, Fabinho urla un ciao e corre via; forse va per l’ennesima volta ad unirsi agli altri ragazzini, là nell’angolo della piazza, per annusare – il viso sprofondato del sacchetto di plastica – gli ultimi vapori della maledetta droga dei poveri.

Il mio timore s’è purtroppo dimostrato fondato. Pochi mesi dopo l’incontro, Fabinho è stato vittima di un’overdose, avendo ingerito 21 pasticche di Roipnol. Non è morto, ma è rimasto come ebete, “babado”. La madre è venuta a riprenderlo. Sopravvive con la luce dell’intelligenza spenta!

pagg. 101-104

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